LASCIAMI SOLA di Marcelle Sauvageot

Marcelle Sauvageot ci ha lasciato in eredità questa unica opera, breve come la sua esistenza e forte come la verità che in essa si è fatta carne viva, perfetta coalescenza di vita e scrittura. Un’opera autobiografica più volte risucchiata nell’oblio e poi riemersa: un fiume carsico le cui acque hanno conosciuto le oscure profondità della solitudine, della malattia, dell’abnegazione.

Marcelle Sauvageot ha 30 anni quando, malata di tisi, è costretta al ricovero in un sanatorio. Tuttavia, il dolore più grande è dover stare lontana dall’uomo che ama più di se stessa, e a cui è ostinatamente aggrappata con un amore triste quanto disperato: lui, infatti, sta gravitando verso un’altra donna. Marcelle ha comunque bisogno di quell’uomo, quasi egli fosse un talismano, un gancio alla vita, il fulcro attorno a cui ruota la sua speranza di guarire, di vivere, di tornare nel mondo là fuori. Proprio all’amante infedele si rivolge questo monologo epistolare, ma l’interlocutore resta anonimo: ne conosciamo solo il vezzeggiativo, “cucciolo”, con cui Marcelle lo chiamava prima che lui abbracciasse una visione della vita e dell’amore opposte alla sua, ovvero il comfort di una tranquillità “borghese” in cui “vivere da mediocre per essere felice” accanto ad una donna grata e spettatrice. Marcelle è consapevole che la relazione con quest’uomo ormai si regge solo su un sogno, su un’illusione, ma preferisce ripetere a se stessa che “non bisogna muoversi“, affinché tutto resti com’è e niente cambi: questa immobilità non è tuttavia inganno, ma attiva ricerca di rifugio rassicurante, di un angolo abitabile della mente in cui il pensiero possa tenere a bada la disperazione e l’angoscia della malattia.

Se mi ami guarirò”, “a Parigi qualcuno mi ama, tornerò”: con queste parole Marcelle nutre di giorno in giorno la sua speranza, ma intanto il freddo interiore della disillusione e della cruda verità gettano una luce impietosa sulle cose: così, sotto una cappa greve, appiccicosa di noia, malattia e disperazione, si eclissano, uno dopo l’altro, i suoi giorni. Fino a quando arriva una lettera dell’uomo che non la ama più, parole che feriscono come un coltello affilatissimo: “mi sposo….la nostra amicizia continuerà”.
In questo violento tradimento dell’attesa, dolore fisico e psicologico si mescolano. La proposta umiliante di scambiare l’amore con un’amicizia consolatoria è il ciglio del precipizio che dà sul nulla, è l’irruzione della vertigine del vuoto nella coscienza. Eppure, proprio in questa resa dei conti finale comincia a profilarsi la grande forza interiore e la superiore dignità morale di Marcelle. Faccia a faccia con la vanità delle proprie attese, pur messa di fronte alla propria condanna senza appello, ella saprà rimettersi in cammino sulla strada che la riporterà a se stessa:

“Sono tornata in me e con me lotterò per andare avanti”.

In questo percorso Marcelle ci rivela con dolcezza straziante la propria visione dell’amore, dell’amicizia, della felicità, attraverso parole che hanno il tono discreto dell’intimità ed insieme l’apertura generosa dell’offerta.

È una combattente Marcelle e l’essenza del suo coraggio non è nella speranza, ma nella verità. “Lasciami sola” (Guanda, 2005) si chiude con un ballo: la notte di Natale, in un momento di tregua dalla malattia, Marcelle si abbandona con gioia quasi religiosa alla danza della vita, benché sul tappeto della morte. Questo ultimo ballo avrà il sapore di un bacio senza una parola.

Gabriella Grande © Riproduzione riservata

Potete leggere questa recensione anche cliccando sul link:

http://www.sololibri.net/Lasciami-sola-Marcelle-Sauvageot.htmllasciami sola

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