LECHITIEL di Andrea Bassani: UN’ELLISSE D’AMORE

“Vieni più vicino,/ ti soffierò sul viso/ malinconia amorosa […] Ti mostrerò, perché tu creda,/ l’ottavo colore dell’arcobaleno” (XXXI). Ricorderemo che sono sette i colori che l’occhio umano può registrare in uno spettro continuo e proprio allora, fermi su quel verso, nel cercare di capire, cominceremo il nostro “salto nel vuoto” che solo alla fine ci mostrerà ciò di cui il poeta Andrea Bassani ci ha inconsapevolmente messi in cerca.

I versi del poeta ci aspireranno l’anima per condurci vicino, “più vicino” alla sua condizione di “morto vivo/ e vivo in virtù della morte” (V), nel suo coagulo di dolore sciolto in quel magma rovente in cui i poeti imparano a nuotare, sul limite della lacerante ferita d’amore, di un amore interrotto bruscamente da una bellezza umana che fino a quel momento aveva esercitato su di lui un potere inesorabile, lasciandolo poi annichilito e affamato, dissolto in una ferita che si apre come un sipario tra queste pagine, iato abissale da cui sgorga come acqua la materia poetica che in “Lechitiel” è materia vivente. Immolato sul suo piccolo Calvario, il poeta ci mostrerà quel che rimane dell’incendio di un uomo che non fugge davanti al dolore di un addio, perché “i poeti non temono il dolore” (VI). Si inchioda alla negazione: non più desiderare (perché consumandosi ha appreso che “chi desidera bellezza è all’anticamera della follia./ Perché bellezza non si possiede,/ soltanto si contempla” (Cantico della bellezza, pag.111 ), non più muoversi, “fermo al semaforo rosso” della vita (LVI), “in un limbo atemporale/ dove non esiste la morte/ e non esiste la vita” (VI), in una “camera oscura/ dove ci sono tante parole che ti girano attorno/ in attesa che l’angelo le chiami per condurle ai poeti” (LXL) e in cui la musicale lirica di Bassani costruisce quella che potremmo definire un’ellisse.
Ellisse tesa tra due poli costituiti da due potenze creatrici, Dio e la donna amata (anche a lei, infatti, il poeta riconosce potenza creatrice, dal momento che è colei che lo mise “al mondo una seconda volta” IV) nei confronti delle quali si pone, in momenti diversi della sua vita, in spirito religioso (“mi facesti religioso/ della tua vivace, vergine allegria” IV). Il poeta resta in tensione, nell’apparente unità dello spazio, tra queste due potenze perché “Mi è dato lo stupore dell’immenso […] Ma io cerco un po’ del tuo corpo” (XLII), ma in quel corpo la vera ricerca è del suo io-primario mancante. Anche se il fulcro dell’identità del poeta non è, però, nel suo io-primario, ma in quello che Yeats e Nietzsche definirono “l’io antitetico”, ovvero un io sfuggente (“sono sempre da un’altra parte,/ presente altrove/ in un posto assai più lontano/ da dove mi vedi” XL), quello che potremmo definire “lo pneuma”, l’ottavo colore dell’arcobaleno che abbiamo così affannosamente cercato tra i suoi versi e che viene reso visibile solo alla luce di Dio.
La porzione sinistra dell’ellisse si costruisce sul travolgente amore umano per questa donna assente ed impassibile; amore che Bassani ha reso un nido trascendente atemporale che visita con il ricordo. Continua ad amarla “nel nome di ciò che è puro” (LV), ma a distanza “come la luna e l’acqua/ noi due, spettatori e teatranti/ di un abbraccio impossibile” (LX). Amore depurato del desiderio di colmare quella mancanza, quella assenza, tant’è vero che quando lei , dopo molti anni, chiede di rivederlo (LIII) , lui non accetta di incontrarla “Resta dove sei,/ che indietro non si torna” (XXII). Ama un’assenza senza desiderarla, perché il desiderio è ciò che potrebbe farlo soccombere nuovamente. “È bene che l’inferno mi stia distante,/ perché è lì che bellezza mi attende” (Cdb pag. 105). Nel dialogo con l’assenza ama ciò che lei ha rappresentato, ciò che lei non potrà più essere ed ama ciò che lui è stato con lei, l’amore vergine che ha provato. Sui binari del ricordo, quegli stessi binari su cui un giorno l’ha vista andar via per sempre (LXXI), ritorna al se stesso originario, al suo io-primario, al momento della sua vita in cui dice di lui “io ero, io c’ero, io amavo” (XXVII), al ragazzo ventitreenne che visse il momento del primo innamorarsi. Il poeta reitera il ricordo, non lo lascia sfumare nell’oblio perché, in questo modo, può entrare in contatto, ancora e ancora, con quella parte di sé che è riflesso dell’ Adamo nel paradiso terrestre , nel cui stato di grazia si vive “come se morte non esistesse” (XVLII). È cammino di dolore quello percorso nella metà sinistra dell’ellisse che viene costruito dall’anima del poeta che, pur ritornando ogni volta indietro da sola, “fugge/ da questo asino ragliante/ per cui ancora mi dichiarano vivente/ e intercede per mondi astrali/ e ti raggiunge ogni notte” (LVII), ruotando attorno a questo falso sole di cui ha riconosciuto la luce artificiale. Il poeta ha ormai consapevolezza dell’inganno, sa bene ora che si tratta di luce “generata da un movimento di un buio/ in un buio più cupo. Ma non è luce, è buio diverso” (Cdb, pag.103) Questa donna, incarnazione dell’ideale di bellezza per il poeta, era sembrata in passato un angelo che si è poi tramutato in bestemmia per il gelo emotivo dimostrato, un “radioso suicidio” (IX) che lo aveva condotto nell’inferno della disperazione e dell’alcolismo, fino all’idea di procurarsi la morte.
La porzione destra dell’ellisse, invece, si costruisce a partire dal riconoscimento del vuoto con cui quell’amore disperante lo aveva riempito di abissi. Riconoscimento a cui il poeta giunge proprio nel momento in cui va “senza meta/ tra il suicidio e la vita,/ per capire se è vero/ che qualcuno provvede prima che sia finita” (LXXIV). È proprio nel momento della richiesta inconsapevole di aiuto che interviene Dio a salvarlo, ma non con la sua presenza , perché Dio per Bassani è “indifferente e pieno di grazia” (XIX) “fermo e sereno” (LXXIX), ma attraverso il dono della consolazione : “ E percepire lì accanto/ Lechitiel del Getsemani/ distrarti dall’idea/ di procurarti la morte da solo./ Capita di aver intravisto ali e udito voce dire:/ “dammi il tuo dolore,/ perché Dio me l’ha chiesto” (LXXIV). Lechitiel (da cui prende il nome il poema), l’angelo che distoglie dal desiderio del suicidio e che sostenne Gesù del Getsemani nell’ora della prova, è quindi l’angelo della consolazione, attributo di Dio e raggio di bellezza divina che si contrappone a quella umana perché è bellezza che non resta impassibile, ma che si piega sul dolore degli schiavi del desiderio, che resta pura pur sporcandosi del nostro dolore. È bellezza che ci cerca, è un otre per le nostre lacrime, è la sconfitta della “impassibilità” della bellezza umana. Da qui, sul liminale, tra il momento in cui tutto è finito e quello in cui, invece, tutto comincia, non di nuovo ma “nuovo”, si registra il passaggio da un dialogo con un amore umano assente ad un dialogo, invece, con un amore non umano presente e la scelta di una “via di solitudine e preghiera” (LXII).
Al centro dell’ellisse il poeta, “campo di battaglia, guerra e pace” (LXII), “come ferro tra magneti opposti/ sono calamitato,/ sballottato da parte a parte” (XIII), costringendosi, da un lato, ad una via di negazione, riducendosi “a vivere nella totale obbedienza” (XIX) alla volontà di Dio che lo vuole poeta “Ma tu Signore mi vuoi poeta anche oggi […] Ma un poeta non è una cosa semplice” (XIX) e, dall’altro, dissolvendosi nel pensiero di lei che porta “come una croce/ sotto il cui peso cado e mi rialzo” (LV). E questa tensione trasfigura il poeta in un “giovane vecchio” (Cdb pag. 106), ma che per noi lettori ha la bellezza dei santi, la bellezza dei ritratti di Rembrandt, il cui volto è trasfigurato dalla luce dello spirito. Luce che destituisce l’illusione di credere vero quello che si vede, al punto da far dire al poeta, nella lirica LXXVII, “beati coloro che dormono,/ che credono vero quello che vedono […] Coloro che io non potrò mai più essere” . Ma lui chi è adesso? “il mio volto nello specchio è sempre un altro” (XXXIX), dimostrando tutta la sua impotenza finanche di fronte all’immagine che ha di se stesso.
In questa lotta costante tra spirito e materia, in cui si incontrano due forze uguali e contrarie – la forza della spinta del desiderio, figlio della bellezza, che Bassani combatte e la forza salvifica della carezza della consolazione a cui Bassani obbedisce, morendo a se stesso. Ma mentre la bellezza è “una madre che non ama” (introduzione al Cdb, pag.99), la consolazione è madre che ama e morire a se stessi tra le braccia di una madre che ama non è morire, ma nascere non di nuovo ma “nuovo”, uomo nuovo, apostolo e martire, dal greco μάρτυς che significa “testimone” di una bellezza che consola, pura, incorrotta e incorruttibile, fedele, vivificante e questa testimonianza, nel poema Lechitiel, equivale a farsi “cibo fino all’estremo” (XLVI), equivale a farsi poesia, quella stessa poesia di cui Bassani è padre. È padre che ama e amando “uomini e donne allo stesso modo” (LIV) sacrifica sua figlia, la poesia appunto, per un bene più grande e ci offre quel che cerca. ovvero “una mensa diversa/ dove il pane sia pane/ e non quelle parole vomitate, ringollate/ un milione di volte/ per non morire di fame” (XVIII).
La poesia di Bassani non ha la pretesa di salvare, perché il linguaggio è ferita, ma si prefigge uno scopo più alto, rispondere al comandamento dell’Amore che grida “Alzati!” come ripete per ben undici volte il poeta nel Cantico della Bellezza (pag. 109). È poesia che è preghiera, è la preghiera degli ultimi e, per questo, è la preghiera universale dell’uomo.
Ma è la poesia ciò che resta di questo poema necessario? Giunti alla lirica XLIII sembrerebbe di sì “Vuoi sapere chi rimane?/ Te lo dirò in parole povere:/ resta la poesia. Il resto scompare”. E invece no! “Tutto se ne va, se n’è già andato/ anche se ancora lo vedi. La vuoi un’immagine dell’eternità?/ Pensa al tuo Dio, fermo e sereno,/ sul fiume impetuoso/ di tutte le cose che se ne vanno” (LXXIX). Resta Dio e “l’eterno presente,/ un vuoto pieno e assoluto” (XXXV). L’ellisse si dissolve e l’anima è “liberata”.

Gabriella Grande© Riproduzione riservata

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...