IL GATTO di Domenico Pelini

“Non posso osare parole scritte,/  tu lo sai meglio di me./ Non sono capace dei loro silenzi/ non conosco i ricami del vuoto/  né i grandi camini splendenti / con i ciocchi ben sistemati senza fiamma. / Per rendere grazie a te, / mia dolce presenza intensa e buona, / sussurro uno di quei fermi,  risoluti respiri/ che sembrano annunciare il pianto,/ ma hanno un berretto di sorriso in capo lieve, / lieve/  e lieve faccio la voce,/  il mio traballante ponte tra te e te”.

Non troverete poesie scritte, i versi  di Pelini sono cantati  unicamente dalla sua voce, per non dare fissità alla fluvialità del suo spirito poetico , per non darle corpo, confine e  forma statici, come se la scrittura potesse spogliare le poesie del senso di cui sono portatrici. La scrittura è peso, è esilio. Pelini,  invece,  canta il volo che abbiamo dimenticato. Si deve essere pronti ad andare con lui, a salire su questo treno di delicatezza, dove diventa poesia tutto quello che il poeta guarda e canta, con parole che si incarnano in emozioni, parole che si scompongono  e ricompongono,  in modo mai uguale,  nel ricordo durante l’ascolto e che si vestono dei colori della nostra memoria. La voce consente alla poesia  di fare luce non in un tempo più breve, ma in tante modalità sempre diverse,  come quando si attraversa un bosco e l’odore del muschio cede a quello delle viti selvatiche, sebbene in quest’ultimo continui  a vivere,  ma,  mescolandosi,  diventa altro, ancora altro,  qualcosa che non sembra esistere eppure c’è.

“  Lì, in un sussurro di ali,/  non c’è bisogno che di respiri./ Gli occhi colorano le emozioni,/  le labbra cantano versi. / Non ci sono libri lì,/  non ci sono amici o nemici,/ tutte cose che chiedono case,/  legno rubato ai boschi,/ tetti senza buchi,/ termosifoni,  letti e bagni, / tavole dove litigare,/  Chiese dove pregare./ Lì , solo, / raccogli la memoria da un campo di grano,/  le pagine che ti hanno accompagnato nella vita / ti vengono incontro con occhi chiari./ Soffi sulla giumella delle mani/  e trasferisci il calore alla tua gola / e canti, canti e ancora canti”.

Senza i nodi di inchiostro ai polsi e alle caviglie, siamo liberi in questo spazio abitato dal suono, in cui il poeta ci guida nella sua geografia interiore. Non ci sono pagine e spazi,  tra un rigo e l’altro,  in cui le parole si dividono, ma tutto, tutto scorre fluido, diventa ciò che è, ciò che sempre è stato:  unum.  “Chi è dentro? Chi è fuori?”. Più nessuno, siamo  unum,  il cui centro gravitazionale è la voce, forza creatrice che è, al tempo stesso, una carezza per l’anima e una chiamata all’azione. La voce-poesia  di Pelini ci chiede, infatti,  di tornare a “vedere” e lo fa guardandoci negli occhi con le “palpebre della voce”:

”Vedere come vede la foglia il cielo,/ quando cade, / ed ogni cosa lentamente ondeggia,/  fino a che non giunge in terra”.

“Per chi veglia, il mondo è uno e condiviso”,  scriveva Eraclito,  ed è quello che fa Pelini : veglia e sente tutto ciò che lo circonda, lo osserva, lo contempla, lo vive, lo ama.  Lo interiorizza fino a farne  prolungamento del suo corpo e della sua anima, “regione sommersa che lo abita”, “regione che non teme il tempo, lo adora”.

“Noi costruiamo il futuro come se non ci fosse/ la nube,  il torrente,/  l’albero piccolo accanto al grande,/  i toraci verdi palpitanti/  sopra la schiena dei monti./  La città è un enorme organismo che pulsa,/   ha deciso di vivere come se non  ci fosse il resto. / Il resto è ciò che non si vede: /  il povero , lo scantinato,/  il fiume violato,/  la gora dove si strapazzano le canne, / il respiro immenso della fronte dei monti,/   le grandi vele verdi che fileggiano nell’aria./ Ma è dal resto che,/  senza avvedercene, / ogni cosa buona riparte e  riprende vita/  dopo gli immani falò”.

Abitiamo un eterno presente,  ma ne siamo ormai quasi del tutto inconsapevoli. Il poeta Pelini,  invece, questo eterno presente lo vive e,  in esso,  riesce a sentire finanche le presenze mute… mute e,  per questo, presto dimenticate.

“Giganti che lacerano l’aria e gli oceani / quando piangono l’esilio./  E il loro dolore mi si arrampica addosso/  e svuota i belletti/  e addensa la vita attorno a un punto. / Sempre un passo avanti/  e la loro ombra di lato/  e i piedi che non respirano. / Li odo avviarsi ad esser luce/  e riempire di sirene  i tuoi calici vuoti/  luminescenti e sospesi nel ghiaccio del sole,/  silenziosi compagni nel treno che avanza.

Ci insegna, così,  ad accogliere “tutta intera la bellezza nuda di tempo,/  delle lunghe passeggiate per il mondo, /  il suo dolore, le sue frane, / le sue mani talora gentili/  altre volte più del piombo pesanti,/  la sua indomabile fame/  e le grandi,  misteriose,  presenze senza peso/  che ci accompagnano imperterrite”.

E per compagni i libri, la poesia , incubatrice di sole generato dal ghiaccio tagliente del dolore. Ma Pelini ci avverte: “Non siamo noi che scegliamo,/  sono le pagine che ci scelgono/  e le parole che diciamo erano già dette/ ed attendevano gli amanti. / Ed è per questo che posso dire anch’io/  tutto il bene che respira tra le tue pagine”. 

La voce-poesia di Pelini  è una maniera di stare al mondo, un modo di attraversarlo,  come fa una vibrazione o una piuma,  quando,  lentamente,  danza il volo della caduta e accarezza tutto ciò che incontra,  perché sia d’amore anche l’ultimo gesto e il sospiro.

Gabriella Grande© Riproduzione riservata

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