Inferni in cerimonia di Antonino Bondì

Ci sono libri come attraversamenti  e copertine come spazi di confine,  superati i quali non ci sarà niente a proteggervi dall’alcool delle parole che iniettano versi come un veleno di verità. “Inferni in cerimonia” di Antonino Bondì,  edito da Zona,  è uno di questi. Lo spazio e la dimensione della metropoli sono il luogo poetico in cui attraverserete l’ inferno; un inferno fabbricato con parole, da cui non avrete riparo. “La poesia è certo sassi dove s’inciampa” è la sensazione che proverete in questi versi  di Bondì “senza via d’uscita”, “senza vie d’aria” e,  quando invocherete Amore in questa deflagrazione, non troverete che “briglie morsicate” e “bocche aperte in aria a forma di perché” ed un verso vi specchierà la verità: “ora che tu sai che Amore non verrà/ che al limite da dietro l’ombra conca/ disegnerà le mani stritolarsi,/lo assisterai dal buco della serratura/ in bagno a sbarazzarsi fra le carte/ delle dieci maschere costruite in quaresima/ e deposte in carnevale senza alcuna usura; slabbrate da una faccia all’altra…”.

“Consanguinei dell’estraneità” ci ritroveremo in questa materia che il poeta stesso definisce “al limite fra poesia e scena teatrale”. Vi invito, in modo particolare, all’ascolto del CD allegato, dal titolo “Figli d’Horcyno”: sette tracce di poesia sonora, i cui testi sono estrapolati da alcune poesie presenti nel libro, più due inediti: “L’indovino Tiresia a Saint Eustache” e “Un angelo azzurro”. Musica, composizione e interessantissima elaborazione del suono di Giuseppe Rizzo, le voci di Antonino Bondì e Daria Castellini.

Come un dammuso, in questa notte d’inchiostro e di parole arenate al buio, si erge la poesia sonora “L’indovino Tiresia a Saint Eustache” su cui voglio soffermarmi e tra i cui versi iniziali, in quel “lento” che si ripete, segnalo il rischio di voler rimanere fermi. Lentezza che ronza nel cuore cosciente del poeta Bondì e che, invece di dargli pace, lo tiene sveglio in una metropoli smarrita e che smarrisce. L’anima del poeta “si ripara dalle vergogne del mondo” senza rimuoverle ed è  così che non muore, ma resta seduta “al fuoco” della sua notte, che  è poi notte di tutti, e piange. “Siamo rimasti in cento a piangere”, ci avverte Bondì, tra anime asciutte che sono, ormai, solo “corporea, collettiva presenza/ […]Non vita, ma sopravvivenza/ […] come d’un popolo di animali”, come scriveva Pasolini in “Me ne vado, ti lascio nella sera” (da “Le ceneri di Gramsci”). Ciechi che pur vedendo non vedono, di una cecità che fa ripensare alle parole di Saramago: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono”. La consapevolezza della cecità a cui è giunto il poeta Bondì, prende le distanze  da un Edipo che,  dopo  aver appreso  dall’indovino Tiresia di aver sposato la madre e di aver ucciso il padre, si acceca! Queste “iridi già cieche dalla nascita”, invece, temono e desiderano, resistono tra passato e futuro, in bilico come in un sogno e non si rassegnano, perché lo spirito del poeta è combattivo e chiede “perché morire più di una volta?” “prima dell’ultimo respiro del cielo” qual è, invece, il destino dei vigliacchi per l’amato Shakespeare.

Incontreremo il verso “Un bambino di porcellana mi ha tagliato gli occhi” e il rimando a “Un chien andalou” di Luis Buñuel e Salvador Dalì sarà pressocchè immediato, come il richiamo alla necessità di trasformare  radicalmente il nostro  modo di  “vedere”. Lo squarcio brutale dell’occhio, dell’intero sistema percettivo direi, rimanda ad una diversa percezione del visibile, che fa il poeta “vecchio, uomo morto e sogno”, costringendolo a vedere non solo  ciò che c’è al di là della retina, ma altro, molto altro in questa notte dello sguardo interiore, in questo collasso collettivo descritto in modo infiammato. Per poi sorprenderci con il verso “ma per fortuna abbiamo smarrito il ricordo dei nostri nomi”, come se quel che non ha nome non esistesse e a cui risponderemo, quasi inconsciamente, chiamandoci per nome, confermandoci di esistere.

Ci sono inferni che attraversiamo pur non volendo e che ingabbiano cuore e mente e poi ci sono inferni, come questo,   da cui si sgorga con nuova consapevolezza  e occhi affamati di luce.

Gabriella Grande©, Riproduzione riservata

 

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